Quando i ricordi dell’infanzia diventano più nitidi (per una sorta di magia operata dal nostro percorso nel tempo), si affastellano nella nostra mente immagini, suoni, personaggi, piccole storie, aneddoti, che pensavi di aver perso per sempre.
E invece no. Tornano alla luce; come vecchie foto da una busta ingiallita che non pensavi di avere più; o che non sapevi che qualcuno avesse conservato.
E, d’incanto, prendono la tua mente come un’aquilone e la fanno volteggiare in luoghi che ti sono familiari, ma ti incuriosiscono ancora come quando li scoprivi con occhio da bambino.
Uno di questi ricordi, affascinante, foriero di allegria di flash accattivanti, mi porta alla figura di “Runat’ nuost“
Runat’ nuost ed il suo banco di vendita alimentari
Runat’ nuost: così era conosciuto ed appellato dalla popolazione di Sasso negli anni ’60 del secolo scorso.
Al secolo Ninni Donato, era un ambulante di generi alimentari che frequentava i paesi dell’Alta Valle dell’Agri e dell’Alta Valle del Melandro ed in ogni paese aveva un nomignolo diverso, che lo rendeva unico, inconfondibile. (1)
Non so con che frequenza si presentasse a Sasso, ma ricordo che arrivava con un vecchio mezzo nella parte antica (allora la più abitata) del paese e spandeva, per terra, su lenzuola di fortuna, la sua variopinta roba, esposta alla curiosità degli avventori. Poi si addentrava velocemente negli angusti vicoli del rione sotto il castello ed arrivato all’altezza della Cappella di San Nicola si metteva ad urlare, con voce potente ed inconfondibile: “E’ arr’vat’ Runat’ nuost“. Non aveva bisogno del banditore; non appaltava la comunicazione e la pubblicità a chicchessia; i suoi richiami, la sua voce erano più che efficaci. Tutti, grandi e piccini, capivano subito che stava accadendo e, interessati o no ad acquistare, si recavano nel luogo convenzionato.
La “location” era uno slargo di Via Pietà, davanti alla casa e alla pute’a (un bazar vecchio stile, con tutto l’occorrente per l’agricoltura, l’edilizia…ed ogni esigenza della popolazione del posto) di quello che chiamavamo Zi’ Runat’ u Podestà (per aver svolto quella funzione nel ventennio). Quello slargo (oggi, per necessità, adibito a parcheggio) era sufficientemente ampio per contenere non solo la merce del nostro ambulante, ma anche un gran numero di avventori: non solo le massaie che abbandonavano momentaneamente le faccende domestiche, o i bambini che sospendevano temporaneamente i giochi di strada, incuriositi dall’evento, ma anche chi era diretto in campagna, che poteva parcheggiare (in sosta breve) il proprio mezzo di trasporto e lavoro (asino, mulo o giumenta che fosse), assicurandolo agli anelli in pietra che ancora oggi resistono in quel luogo.
Immagine di Via Pietà nel primo decennio del novecento
Siamo all’inizio, nella parte alta dello slargo, in una foto di cinquant’anni prima, con dei bambini che hanno attraversato la mia infanzia ormai da nonni; quelli che non erano emigrati in America.
E quel posto non era semplicemente un luogo di compravendita, perché la moneta tintinnante scarseggiava nelle classi meno abbienti e quella frusciante, di carta, men che meno. Solo i signorotti del paese (i “Don” e le “Donne”) potevano permettersi l’acquisto delle derrate; tutti gli altri o scambiavano, in un sistema di baratto che finiva per convenire a tutti (ovviamente prima di tutto all’ambulante), o osservavano e rimandavano l’acquisto o lo scambio a tempi migliori.
Donato Ninni in un flash di vita familiare
Della merce che Runat’ nuost offriva alla popolazione di Sasso ho un ricordo di abbondanza e varietà infinita, sparpagliata per terra. Tuttavia due immagini mi sono rimaste impresse, indelebili.
Una è rappresentata dai sacchi di iuta aperti a mostrare, in bella vista, vari tipi di pasta; ma i più apprezzati erano i “ziti”, che le nostre mamme spezzavano e cuocevano la domenica con il sugo di salsiccia. Tutto il contrario di oggi, che mangiamo pasta commerciale nei giorni della settimana e ci concediamo lo sfizio della pasta fresca con il ragù la domenica. Questi sacchi li ho ritrovati del tutto recentemente nei bazar di Eataly, ad esporre produzioni di pasta di nicchia, pregiate.
La seconda è legata alle scatolette di carne in gelatina (una prelibatezza per quei bambini di allora) ed a quelle di sgombro, in cui ci si bagnava il pane di casa che era una bellezza.
Sui conservanti abbiamo riflettuto dopo, molto dopo!
L’ho incontrato molto tempo dopo, all’ospedale di Villa d’Agri: la simpatia era la stessa; l’esuberanza purtroppo mitigata dal tempo e dagli acciacchi.
(1) Del tutto recentemente ho conosciuto un figlio di Donato Ninni, Giuseppe, con cui ho potuto condividere alcuni ricordi del padre e della sua instancabile attività commerciale. Mi ha anche fornito gentilmente le foto del padre e l’autorizzazione a pubblicarle. E gliene sono infinitamente grato.

Me lo ricordo benissimo questo signore era molto bravo,gentile e disponibile con tutti.Portava sempre del cibo sfizioso e buono .
È sempre piacevole sapere che c’ è qualcuno che fa rifiorire vecchi e bei ricordi del passato.
Runat vuost ogni anno diffondeva il Barbanera, molto atteso soprattutto dai contadini , che da questo calendario ricevevano proiezioni sulla metereologia e la tempistica, secondo le fasi lunari, che scandiva il periido giusto per il trattameno nei campi e negli orti.
Mi emoziona leggere di mio nonno e sapere che, come nel mio, anche nel vostro cuore fiorisce sempre il ricordo di un essere umano unico e raro. Mi rende molto orgogliosa essere una Ninni e continuare nel mio piccolo ad onorare la sua memoria lavorando ogni giorno con grande dignità e custodendo gelosamente i valori che mi ha trasmesso negli anni preziosi che mi sono stati concessi al suo fianco.