la Principessina di Sasso e Pietra Castalda
Cercando con attenzione fra le innumerevoli carte prodotte dai grandi storici napoletani dei secoli scorsi, abbiamo ritrovato delle notizie che ci riportano a dei fatti, a dir poco curiosi, accaduti in queste nostre valli, tanto tempo fa, quando queste terre si trovavano al centro della vita politica e della storia del Mezzogiorno d’Italia.
Provo a trasmettervi la stessa curiosità e le stesse emozioni che hanno suscitato in me queste scoperte.
Nell’anno 1857 pubblicai la Genealogia di Carlo I di Angiò, prima generazione, – ci racconta Camillo Minieri Riccio1 – ed in essa trattai di Carlo e delle sue due mogli, Beatrice contessa di Provenza, e Margherita di Borgogna; de ‘ suoi figli procreati con Beatrice, … Dopo aver discorso intorno a Margarita figliuola unica del secondo letto, ragionai di Lauduna concubina dello stesso sovrano e del di loro figliuolo Carlo; e finalmente di una sua “druda” per nome Giacoma, dalla quale ebbe una fanciulla che chiamò Sobucia.
E ne espone anche la ricostruzione dell’albero genealogico2
Vediamo cosa ci riferisce, nei dettagli, Camillo Minieri Riccio:3
GIACOMA
Giacoma moglie di Ruggiero di Pietrafissa e sorella di Anfisino e di Tommasino signori di Pietracastalda e di Sasso, fu amata da Carlo I di Angiò, col quale procreò una figliuola, cui fu imposto il nome di Sobucia. I menzionati suoi fratelli avendo preso parte nella congiura di Capaccio, furono privati dei loro feudi, che re Manfredi donò a Gentile di Pręturo. Carlo di Angiò in seguito restituì tanto Pietracastalda che Sasso e la terza parte di Tito a Giacoma, la quale per la morte de’ suoi fratelli ne era l’erede.
E subito dopo precisa:4
SOBUCIA
Sobucia figliuola bastarda di Carlo I di Angiò, ebbe per madre Giacoma moglie di Ruggiero di Pietrafissa e sorella di Anfisino e di Tommasino signori di Pietracastalda e di Sasso, i quali avendo fatto parte della congiura di Capaccio, furono dall’ imperadore Federico II privati di tutti i feudi. Questa giovane fu maritata a Giovanni de Ancis di nazione francese, che poi nel 2 di gennaio del 1280 fu creato giustiziero di Terra di Bari, e portogli in dote Pietracastalda e Sasso e la terza parte di Tito, terre che come si è detto innanzi erano state confiscate agli zii materni di essa Sobucia. Re Manfredi aveale donate a Gentile di Preturo, ma re Carlo I di Angiò le restituì a Giacoma madre della sposa e sua amante.
Di costei se ne à notizia solamente da’ due documenti da me riportati e non mai più da tutti gli altri Registri Angioini.
Nelle note lo stesso autore aggiunge: Costei è anche chiamata Supplicia.5
Il grande storico napoletano riporta a questo punto uno dei documenti della Cancelleria Angioina che attesta quanto sostenuto finora; il documento numerato come LIII della sua ricostruzione della genealogia di Carlo I d’Angiò.6
LIII.
Carlo I di Angiò marita Sobucia sua figliuola bastarda e le dona i feudi materni.
Domine Iacobe uxori domini Rogerij de Petrafixa sorori quondam Amfesini et Thomasini fuit restituta tertia pars Titi nec non Petracastalda cum Saxo que Terre fuerunt dictorum quondam Anfosini et Thomasini fratrum dicte Iacobe quibus fuerunt ablata propter proditionem factam in Capuacio et deinde dicta Castra fuerunt concessa per Principem Manfridum domino Gentili de Preturo.
Et nunc dominus Ioannes de Ancis gallicus vir domine Sobucie filie dicte domine Iacobe et domini Regis tenet bona predicta ex concessione Regia pro parte dicte uxoris sue.
Ed ai piedi dello stesso documento aggiunge: “Questo documento leggevasi al fol . 67 at . ed al fol . 68 del Fascicolo 41 della cancelleria Angioina , che conservavasi nel grande archivio di Napoli; io l’ò copiato dalla pag. 826. del MS. del De Lellis da me posseduto intitolato NOTAMENTA EX FASCICULIS REGIAE SICLAE PARTE PRIMA.”
Questi sono i documenti che vanno a delineare una vicenda che si profila come una novella, una favola medievale, accaduta in queste valli dell’Alto Melandro, a metà del XIII secolo.
Una storia verosimile, credibile, perché l’ambientazione geografica e temporale è reale; e molti altri documenti della stessa Cancelleria Angioina testimoniano la veridicità dell’esistenza e delle funzioni assolte da alcuni dei personaggi citati in questo documento.
Proviamo a mettere sul tavolo queste carte (che Minieri Riccio ha recuperato dagli storici e storiografi del seicento Sicola, Vincenti, Venereo, De Lellis, i quali avevano consultato e provato a mettere ordine nell’immensa mole di documenti prodotti dalla Cancelleria Angioina) e, con l’ausilio di altri documenti riordinati e pubblicati più recentemente dagli Archivisti Napoletani, proviamo a ricostruire il puzzle di queste vicende che ci riguardano, riportandoci indietro di otto secoli.
Panoramica del borgo attuale di Sasso di Castalda
In primo piano la Rocca del Sasso (Saxofortis) con i ruderi dell’antico castello e gli antichi quartieri del Casale e della Manca
In lontanaza la Preta (u buscon’ ra’ Pret’) l’antico insediamento di Petra Castalda di verosimile origine longobarda
L’espansione recente dell’abitato di Sasso sembra protendersi a recuperare il sito e la memoria di Pietra Castalda
Siamo dunque a metà del XIII secolo, al culmine del dominio della dinastia Sveva nel Mezzogiorno d’Italia. L’Imperatore Federico II, tra una battaglia e l’altra, ama tornare a riposarsi e rigenerarsi tra Lagopesole (ove si sollazza nella caccia col falcone) e i castelli di Melfi e Castel del Monte.
L’alta Valle del Melandro è infeudata ad una famiglia composta da (almeno) due fratelli ed una sorella.
Amfisino è Signore di Petra Castalda
Tommasino è Signore del Sasso
e Giacoma (Iacoba) è andata in sposa a Ruggiero di Petrafixa (Pietrafesa, l’attuale Satriano di Lucania), a cui ha evidentemente portato in dote un feudo consistente in una terza parte di Tito (tertia pars Titi) e, probabilmente, mezzo feudo dell’Arioso.
Non sappiamo se questi rappresentassero un ramo cadetto di casate più potenti e vicine all’Imperatore, come i Sanseverino, che imperavano nella vicina contea di Marsico, 7 o i Caggiano (Caiano, Cauciciano),8 dall’omonimo feudo, o una famiglia autonoma nelle grazie di Federico II, come i Saxofortis, che con Uguccione (Uguitio, cavaliere toscano molto vicino all’Imperatore), pochi anni prima avevano in feudo la roccaforte del Sasso.9
E tutti vissero felici e contenti!
Non tanto! E non proprio!
Almeno non ai tempi di Federico II e della sua epica opposizione al potere temporale del papato. Non al tempo delle feroci e sanguinarie guerre fra Guelfi e Ghibellini sul suolo italiano.
L’equilibrio fra le famiglie di feudatari nel Mezzogiorno, come nel resto della penisola, fu spazzato via dalla tempesta che seguì alla Congiura di Capaccio.10
La rivolta delle più grandi famiglie italiane (in particolar modo del Mezzogiorno) e dei cavalieri più vicini all’Imperatore Federico II, passata alla storia come la Congiura di Capaccio, rappresenta una pietra miliare dell’eterna lotta per il potere tra papato ed impero. I Pontefici romani non avevano mai accettato che l’Imperatore, quale erede del Regno Normanno di Sicilia, si sottraesse allo status di vassallo della Chiesa, sancito fin dal 1059 (Concilio e Trattato di Melfi) con i suoi antenati Normanni. Il culmine si raggiunse quando nell’estate del 1245 il Papa Innocenzo IV convocò un Concilio a Lione e comminò l’ennesima scomunica a Federico: Il 17 luglio 1245, attraverso la bolla Ad Apostolicae Dignitatis Apicem, il Concilio dichiarò decaduto Federico II, sciogliendo i sudditi dall’obbligo di obbedienza. Non solo; tramò al punto che si arrivasse all’uccisione dell’Imperatore e del figlio Enzo.11
L’Imperatore ne fu informato12 e passò al contrattacco, sterminando di fatto le famiglie dei traditori.13
L’ira dell’Imperatore tradito si abbatté furibonda proprio su queste contrade, che dovevano essere il cuore dei suoi più fedeli ed erano diventate invece il nucleo della cospirazione. Chi non era riuscito a fuggire provò ad arroccarsi nel Castello della Sala, che era stato dato proprio da Federico II in Castellania a Tommaso Sanseverino.14 Ma questo castello fu subito assediato e preso dalle truppe imperiali fedeli a Federico II, tra fine marzo ed inizio aprile dell’anno 1246: e forse in questo castello persero la vita i fratelli Amfisino e Tommasino. La congiura si concluse definitivamente con la presa della Rocca di Capaccio, considerata invincibile e che, in effetti, durò oltre tre mesi (da aprile a luglio 1246) all’assedio delle truppe imperiali. L’azione di Federico II e dei suoi fedeli fu feroce e spietata.15 E la punizione tremenda!16
Petra Castalda
in una foto scattata successivamente ad un incendio che ne aveva denudato la vegetazione selvaggia e messi in luce
i ruderi ai piedi della rocca
e i resti della fortificazione in cima
Ma torniamo a noi: ai nostri luoghi ed ai nostri personaggi.
Tutte le notizie le ricaviamo, come si evince, dai documenti della Cancelleria Angioina, che sono postumi e prodotti nell’intento di ripristinare un ordine ed un equilibrio feudale territoriale spazzato via dalla vendetta di Federico II prima e dal figlio Manfredi poi, dopo la morte dell’Imperatore suo padre (13 dicembre 1250).
Alla scoperta della Congiura i feudi dei traditori (Proditores) vengono confiscati e saranno distribuiti, in seguito, a cavalieri di comprovata fede alla corona sveva e che hanno, magari, contribuito allo sterminio dei feudatari congiurati.
Amfisino (Signore di Petra Castalda) e Tommasino (Signore del Sasso) oltre al feudo perdono la vita (non sappiamo se nella difesa dei loro castelli o, molto più probabilmente, in quello della Sala o nella rocca di Capaccio, o forse all’estero).
Di certo non fanno più ritorno nelle loro terre e non sono più viventi quando il re Carlo I d’Angiò ridistribuisce i feudi a chi li ha persi per la causa del Papa e della parte guelfa di cui è il campione.
Miglior fortuna capita alla sorella Giacoma (Iacoba), che riesce a mettersi in salvo, fuggendo all’estero (verosimilmente nello Stato della Chiesa) ed a ritornare vent’anni dopo in possesso dei suoi feudi ed anche di quelli dei due sfortunati fratelli: Petra Castalda e Sasso.
Ma chi è questa Iacoba e perché fugge se il marito Ruggiero di Pietrafesa non è un traditore di Federico II e non è in sospetto di appartenere o di fiancheggiare la Congiura e, probabilmente, per rimanere saldamente in sella ai suoi feudi, partecipa addirittura alla caccia ai congiurati?
La famiglia di Iacoba è così compromessa ed indifendibile che nemmeno un atteggiamento così leale del marito è sufficiente a darle immunità?
O piuttosto è proprio Ruggiero di Pietrafesa, suo marito, a tirarsi indietro da una partecipazione condivisa, giusto in tempo per conservare la sua vita ed i suoi feudi, magari al prezzo della delazione della moglie e dei cognati?
I feudi della famiglia Pietrafesa sono, all’epoca, appunto Pietrafesa e Salvia.17 Comunque non gli vengono assegnati né i feudi che aveva portato in dote la moglie Iacoba (mezzo Castel Glorioso ed una terza parte di Tito), né Sasso e Pietra Castalda, feudi dei cognati Tommasino e Amfisino.
Un tramonto spettacolare alle spalle del Sasso
C’è un documento, fra la mole enorme prodotta dalla Cancelleria Angioina, datato 27 maggio 1269, che fornisce qualche elemento in più per capire quello che accadde in queste valli in quel periodo concitato.
È un mandato di Carlo I d’Angiò al Giustiziere di Basilicata a favore di Iacoba nata quondam Riccardi. Giacoma, figlia del fu Riccardo de Fiolio, si rivolge al re perché si adoperi per farla tornare in possesso dei feudi, consistenti in metà della Rocca dell’Arioso e una terza parte di Tito, che le erano stati sottratti al tempo del Principe di Taranto Manfredi ed assegnati al cavaliere Gentile de Preturo, di provata fede sveva.
In una prima fase, dopo l’arrivo degli Angioini, questi feudi erano stati assegnati da Henricus de Lilla (con l’autorità conferitale da Carlo I in persona per l’inquisizione sui proditores e la confisca dei loro beni) ad Oddone Burgundo.18
Ora il re chiede al Giustiziere di Basilicata di reintegrare eandem Iacobam in corporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi e di fare inquisitionem, convocando lo stesso Enrico di Lilla, il Secreto di Basilicata e la suddetta Giacoma, o un suo procuratore, e riportare alla Curia la relazione scritta dei risultati delle indagini (et quicquid inde inveneris sub tuo sigillo adCuriam … mictas, cautus…).19
Questo aspetto è confermato in un altro documento, di appena due anni più tardi (1271), recuperato nei registri della cancelleria angioina, apparentemente in contrasto con quello precedente, ma di fatto un’ulteriore conferma della reale esistenza dei nostri protagonisti.
È un mandato di Carlo I d’Angiò per indagare su alcuni feudi posseduti da Ruggiero di Pietrafesa e da sua moglie Giacoma, assegnati precedentemente (1267) al cavaliere Oddone Burgundo.20
Note
1 Genealogia di Carlo I di Angiò, Prima generazione. Scritta da Camillo Minieri Riccio; Membro della Reale Società Borbonica, Socio residente dell’Accademia Pontaniana, corrispondente dell’Istituto di Archeologia di Roma, dell’Istituto Storico di Francia ecc. ecc. Napoli: Stabilimento Tipografico di Vincenzo Priggiobba. 1857
2 Ibidem, p. 216
3 Ibidem, p. 41
4 Ibidem, p. 41.
5 Vedi la pag. 620 – ci tiene a precisare – del MS da me posseduto intitolato: Notamenta ex Fasciculis Regiae Siclae parte 2., che cita il fol. 83 del Fascicolo 76 dell’archivio angioino.
6 Ibidem, p. 210.
7 Una delle più illustri case del regno di Napoli, e tra le più nobili d’Italia. Capostipite di questa casa fu un Turgisio, che venne nel regno con Roberto il Guiscardo, e ottenne la contea di Sanseverino, dalla quale la famiglia trasse il nome.;Quasi distrutta ai tempi degli Svevi, per aver parteggiato per il pontefice (Ruggiero, conte di Sanseverino, le cui peripezie per salvarsi in seguito al fallimento della Congiura di Capaccio sono raccontati con dovizia di particolari nei “Diurnali” di Matteo Spinelli, fu tra i baroni che chiamarono nel regno di Napoli Carlo I d’Angiò contro Manfredi, e combatté valorosamente, a fianco dell’Angioino, nella battaglia di Benevento), e ai tempi dei Durazzo, per opera del re Ladislao, risorse più forte ambedue le volte. Contrasse parentele con i re normanni, con i re di casa Durazzo, con i re aragonesi, con gli Sforza, con i Montefeltro, con i della Rovere, e con le più illustri famiglie dell’Italia meridionale. Godette nobiltà sia nel Napoletano, sia a Genova, a Venezia, a Milano, a Piacenza, a Modena, ecc. Dei sette grandi uffici del regno di Napoli, occupò varie volte quello di gran contestabile, grande ammiraglio, gran camerario, logoteta e protonotaro, gran giustiziere. Ebbe cardinali, viceré, marescialli, condottieri di esercito. Fu ricevuta, in epoca remota, nell’ordine di Malta; fu insignita del Grandato di Spagna di prima classe, del Toson d’Oro, dell’ordine di San Gennaro, dell’ordine pontificio di Cristo, di quello francese dello Spirito Santo, ecc. Possedette oltre trecento feudi, quaranta contee, nove marchesati, dodici ducati, dieci principati; il colonnello di essa fu denominato “il primo principe del regno”; giunse a possedere, secondo fu detto, “quasi uno stato nello stato”. (Dall’Enciclopedia Treccani). Del Conte ribelle Ruggiero Sanseverino di Marsico raccontano i Registri Angioini: …Comiti Rogerio de Sancto Severino fuit restitutum castrum Sancti Severini cum casalibus; et ibi feudatarii: heres Philippi Pignatelli, Ioannes de Rota, Nicolaus de Caiano, dom. Stefanus Filamundus, Nicolaus de Abbatissa, dom. Leonardus filius Helie, Rogerius de Clemente, dom. Mattheus Capasinus, dom. Leonardus Budetta, Ioannes Surraca de Salerno. Et dictum castrum Sancti Severini ternpore principis Manfridi tenebat comes Iordanus ex concessione ipsius Principis. Et imperator Fredericus revocavit dictum castrum in manus Curie tempore rebellionis Caputacii, et fecit devastari dictus Imperator Comitem Thomasium, patrem dicti comitis Rogerii, et dom. Guilielmum fìlium eius, occasione quod ipsi cum aliis baronibus Regni voluerunt occidere Imperatorem. Et ipse comes Rogerius aufugit extra Regnum usque quo venit cum dom. Innocentio papa et recuperavit Sanctum Severinum cum licentia principis Manfridi; et deinde dictus Princeps capi fecit quosdam barones Principatus in Salerno, et ipse (Rogerius) denuo aufugit, timens pro se ipso. Et dictus Princeps propterea concessit Sanctum Severinum comiti Iordano. Et deinde ipse comes Rogerius venit cum Carolo primo et recuperavit castrum Sancti Severini.“XI Liber Inquisitionum Regis Caroli Primi Pro Feudatariis Regni. I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti Napoletani Vol. II (1265-1281) pp. 274-275.
8 I fratelli Roberto e Guglielmo, signori di Caggiano, presero parte alla congiura di Capaccio; con il fallimento della congiura dovettero rifugiarsi a Roma, mentre il feudo di Caggiano venne loro confiscato e nel 1250 alla morte di Federico II, venne attribuito all’illustre medico salernitano Giovanni da Procida. In seguito alla vittoria di Carlo d’Angiò su Manfredi di Svevia a Benevento nel 1266 il feudo fu nuovamente restituito a Roberto di Cauciciano, figlio dello spodestato Guglielmo, insieme ai casali di Sant’Angelo Le Fratte e di Salvitelle. Dal Liber Inquisitionum riportiamo “…Roberto de Caiano, filio quondam Guillelmi, fuit restituta baronia Caiani; qui quondam Guillelmus fuit rebellis tempore Caputacii et Imperator revocavit dictam baroniam et princeps Manfridus concessit (eam) Ioanni de Procida; et consistebat in Caiano, Sancto Angelo et Silvitella; et verus dominus fuit Guillelmus, avus paternus dicti Roberti. Qui Guillelmus habuit duos filios… Robertum mortuum exulem extra Regnum, et Guilelmum ipsum, patrem dicti Roberti, cui facta fuit restitutio”. XI Liber Inquisitionum Regis Caroli Primi Pro Feudatariis Regni. I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti Napoletani Vol. II (1265-1281) p. 279.
9 Di Uguccione de Saxofortis abbiamo già dissertato in un altro capitolo sulla storia di Sasso in età medievale.
10 Dal nome del castello in cui si rifugiarono gli ultimi, i più strenui oppositori dell’Imperatore Federico II, di fede guelfa; quelli che non erano riusciti a fuggire oltre i confini e rifugiarsi alla corte del papa.
11…Tali misure non rimasero senza qualche profitto, poiché nel mentre lo scomunicato imperatore prendeva sollazzo alla caccia dei falconi a Grosseto, nelle maremme di Siena, scoppiarono alquante sedizioni nel Regno. Federico stesso ne dà pieno ragguaglio in una sua lettera ai Re e Principi…« Alcuni de’ nostri sudditi (dice egli), cospirarono contro della nostra persona cioè Teobaldo Francesco, Giacorno Morra, Pandolfo Fasanella, Guglielmo Sanseverino, ed altri; ci scoprirono però alquanti de’ complici tal congiura, e volendo noi assicurarci con esattezza della verità, Pandolfo e Giacorno non più comparvero alla nostra presenza. Teobaldo e Guglielmo fermatisi nel Regno, occuparono per sorpresa due nostri Castelli, Capaccio e la Scala; e questo è stato loro tolto. Non trovasi alcun mezzo, onde i congiurati si sottraggano dalle nostre mani; i Frati Minori favoreggiano, e vanno insieme con cotesti rei, loro diedero la Croce, e si dicono sostenitori della Chiesa Romana. Cosi pure nella loro spontanea e pubblica confessione parlarono avanti di girne a morte i prigionieri trovati nella fortezza della Scala (Sala)». M. Camera; Annali. Vol I, pp. 211-212
12…Il loro disegno era di uccidere il Sovrano; ma Federico fu a tempo segretamente avvisato da Riccardo Rebursa conte di Caserta suo suocero (genero), e da Giovanni da Presenzano. M. Camera; Annali. Vol I, pp. 211-212
13…i capi congiurati erano Guglielmo e Francesco Sanseverino, Pandolfo, Riccardo e Roberto Fasanella fratelli germani; Matteo e Demetrio Fasanella loro cugini; Giacomo e Goffredo Morra, Gisulfo di Maina e Teobaldo Francesco ex Podestà di Padova. Costoro trassero al loro partito anche Andrea Cicala capitano dell’Imperatore a porta Roseti usque ad confinium Regni. M. Camera; Annali. Vol I, pp. 211-212.
14 Comiti Rogerio de Sancto Severino fuit restitutum castrum Atani, Sala et Dianum; et dicitur quod castrum Sale fuit concessum in castellaniam ab imperatore Frederico comiti Thomasio, patri dicti comitis Rogerii… XI Liber Inquisitionum Regis Caroli Primi Pro Feudatariis Regni. I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti Napoletani Vol. II (1265-1281) p. 279.
15 …Intanto riuscì a’ ribelli di occupare i castelli di Sala e di Capaccio (luglio); fortificando que’ luoghi quanto poterono per difendersi, e furono in essi sostenuti da Tommaso Sanseverino, e da un suo figliuolo. A si nera perfidia l’Imperatore mosse dalla Lombardia contro i faziosi baroni, a’ quali fece sperimentare la più terribile vendetta. La terra di Altavilla, asilo de’ ribelli fu assediata e devastata assieme coi castelli convicini. Allo stesso destino soggiacque Capaccio e la Terra di Fasanella: gli abitanti di quest’ultima, cangiando sede si costruirono un altro paese convicino cui imposero il nome di S. Angelo a Fasanella. Degl’insorgenti alcuni rimasti prigioni vennero spietatamente cuciti in un sacco di cuoio e quindi buttati in mare. Altri più preveggenti si salvarono colla fuga. Circa 4 mila persone credute complici di fellonia furono arrestate e punite, ed i rei principali vennero bruciati vivi in Napoli: quindi le loro mogli e figli inviati nelle prigioni di Palermo, miseramente vi morirono di fame. M. Camera; Annali. Vol I, pp. 211-212.
16 Le punizioni dei traditori furono esemplari e commisurate alla colpa. Mutilati del naso, delle mani e delle gambe, accecati con un ferro ardente perché non potessero più guardare in faccia il loro signore, gli antichi amici furono trascinati al cospetto dello spietato giudice: Federico li condannò, secondo la lex pompeia, come violenti e li trattò da parricidi. Come tali, avendo operato contro natura, furono giustiziati secondo i quattro elementi di essa: alcuni furono trascinati da cavalli sino a morte, altri bruciati vivi, impiccati, infilati in sacchi di cuoio e gettati in mare (secondo la legge romana dei parricidi: Federico fece per di più introdurre nei sacchi dei serpenti velenosi). Solo con Tebaldo Francesco, il principale tra i congiurati, l’imperatore si permise un’eccezione: accecato e mutilato, doveva, con cinque altri, essere trascinato per tutti i climi della terra, di città in città, di re in re, di principe in principe, perché tutto l’orbe vedesse tale mostro.
17 Dal Liber Donationum Caroli Primi si evince che nel Giustizierato di Principato …Barones autem sunt hii, videlicet: …Rogerius de Petrafìxa pro Petrafixa et Salvia,… I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti Napoletani Vol. II (1265-1281) p. 279.
18 Oddone di Bourgogne, miles; ha partecipato alla conquista. Nel 1267 gli vengono assegnati la metà di Rocca Gloriosa, un terzo di Tito e Calvello. Nel 1269: Pagani, la metà della terra di San Loterio, la metà della terra di Volturara. Muore nel 1270.
19 Mandato relativo alla restituzione dei beni a Iacoba de Fiolio. 1.53. – Pro Iacoba nata quondam Riccardi. Karolus etc. Iustitiario Basilicatae etc. Iacoba, nata quondam Riccardi de Fiolio, … exposuit coram Nobis quod, cum olim tempore [Manfridi] Principis Tarentini medietate Rocce de Gloriosa et tertia parte Titi, quas tenebat, … spoliata fuisset, et postmodum de mandato Excellentie nostre ad possessionem predictam fuisset restituta easque tenuit pacifice, … Henricus de Lilla, auctoritate quarundam licterarum nostrarum concessarum eidem de bonis que Gentilis de Preturo proditor tenuit in locis predictis, que quondam Odoni Burgundo ab Excellentia nostra … concessa fuerunt, … eandem Jacobam possessione predicta destituì procuravit; juris ordine non servato. Quare … supplicavit ut super hoc dignaremur … providere. Ideoque f. t. … mandamus quatenus eandem Iacobam in corporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi … reducas, et tuearis inductam, nec permittas eam …. molestari. Volumus tamen quod de jure Curie … presente Iacoba vel eius procuratore, vocatis Secreto et Henrico predicto, … inquisitionem facias … et quicquid inde inveneris sub tuo sigillo ad Curiam … mictas, cautus etc. Datum in castris in obsidione Lucerie, XXVII madii, XII ind. (Reg. 4, f. 36, Fonti: Reg. di trascriz. in Arch., f. 269, sg. Reg. 4, 36 a t., Registro di trascrizioni in Arch., f. 269 sg., I registri della Cancelleria angioina, vol. 1, a cura di Riccardo Filangieri, Napoli 1950, p. 228 (Napoli 1963, p. 222)., VI Registrum Magistri Goffridi de Bellomonte, Bajocensis, Regni Sicilie Cancellarii, incipiens anno Domini MCCLXVIII, XII indictionis, in festo Beati Andree Apostoli, Regni Domini Regis anno quarto. – Iustitiario Basilicate (1268-1269). 27-05-1269.
20 (Mandatum contra Rogerium de Petrafissa et Iacobam, uxorem suam, qui detinebant quedam feudalia olim concessa qd. Oddoni Burgundo mil.). (Reg. 1271. A, f. l, t.). FONTI: De Lellis, ibid., n. 6. I registri della Cancelleria angioina,, a cura di Riccardo Filangieri, vol. 7 ; p. 215.
