Ho voluto aspettare che un nuovo viaggio verso lontane terre di emigrazione, progettato da almeno dieci anni, mi ridonasse motivazioni, entusiasmo e contatti utili a raccontare quasi due secoli di emigrazione dalle nostre terre.
Sono figlio di emigranti, in un paese svuotato dall’emigrazione e in una regione impoverita da quasi due secoli di emorragia migratoria: per tali ragioni non mi è affatto difficile recuperare ricordi e testimonianze, verbali e scritte, antiche e recenti. Una gran mole è già lì, in attesa di essere pubblicata, di uscire alla ribalta.
Emigranti a Belp, presso Berna, Svizzera, negli anni sessanta del novecento
Serviva un carico di motivazioni, una scintilla che accendesse il fuoco sacro della ricerca, della passione del racconto, della condivisione.
Ed è arrivata da questo recente viaggio in Argentina: una vera e propria esperienza immersiva, fra emozioni e ricordi, aneddoti ed esperienze dolorose, volti nitidi e sembianze spente; alla ricerca della nostra perduta “Arca dell’Alleanza”, cioè di quella rete di costumi e tradizioni, di relazioni sociali e familiari, costruita e tenuta insieme dal cemento della disperazione, della speranza e della solidarietà, sedimentata, tramandata e forse mai codificata, che costituisce la nostra perduta “civiltà contadina”.
Un viaggio che non doveva essere (e non è stato!) semplicemente verso luoghi belli, magari esotici, città nuove, vive e godibili, ad incontrare vecchi amici e persone nuove, con cui gustare prelibatezze gastronomiche irripetibili: insomma a godersi una meritata vacanza.
Ho voluto fare questo viaggio con Ima, mia moglie, la compagna inseparabile ed insuperabile di una vita, poiché, conoscendone e confidando nel suo bagaglio culturale, unito ad una innata sete di conoscenza ed a uno spirito di ricerca instancabile, potessimo affrontare insieme, con le energie necessarie e sufficienti, quello che sapevo poteva essere (ed è stato!) un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, un percorso di ricerca socio-etno-culturale, fra gallerie di immagini, di ricordi, di racconti, di aneddoti curiosi, ma molto spesso anche dolorosi, alla ricerca di radici paradossalmente più nitidamente riconoscibili così lontano, che qui da noi.
Anche la lingua, il nostro dialetto, ormai diluito ed annacquato, ha conservato una maggiore purezza; come il cibo!
Questa esperienza è stata resa possibile e, soprattutto, gradevole ed alla fine indimenticabile, grazie all’accoglienza straordinaria che avrebbe lusingato anche un rapporto fraterno o amicale di lunga data, al supporto logistico competente e potente, nonché affettuoso e discreto, di due persone meravigliose
Antonio e Fulvia
Testardamente brienzano e lucano Antonio Dimare, custode sopraffine di tradizioni linguistiche e culinarie della nostra terra, nonostante 70 di emigrazione.
Orgogliosamente friulana, ma di fatto più lucana di noi, Fulvia Dobrilla
Antonio e Fulvia, sono uniti nella vita da un pluridecennale rapporto matrimoniale che tutto è fuorché un vincolo, ma un lungo viaggio fatto in compagnia, con rispetto e curiosità reciproca, solidali e complici allo stesso tempo, insieme a coltivare sogni e produrre felicità e benessere per sé, per la splendida famiglia che hanno tirato su (cinque figli: Daniel, Fabian, Sergio, Gabriel e Sabrina) e tengono insieme in una comunità di intenti, oltre che di affetti, che potrebbe essere da studio antropologico.
Antonio e Fulvia rappresentano il paradigma di una emigrazione di successo.
Il successo della laboriosità, dell’intelligenza, del coraggio, dell’ostinazione e dell’umiltà, insomma della capacità di resilienza italiana, che ci rende fieri ed orgogliosi dei nostri compatrioti nel mondo.
Spero di poter raccontare più dettagliatamente, in futuro (appena avrò in formato digitale il libro che ne illustra la storia), il percorso di Antonio e Fulvia, dall’arrivo in terra straniera, con il nulla alle spalle ed il futuro davanti (forse) tutto da costruire; passando per il negozietto nell’immagine di cui sopra fino all’impresa della fabbrica di giocattoli RASTI, famosa in tutto il mondo.
Il supporto logistico e la rete di relazioni nel mondo dell’emigrazione lucana in Argentina, di Antonio e Fulvia, ci ha consentito di vivere e condividere esperienze emozionali indelebili non solo con la loro splendida famiglia
Ma anche di recuperare momenti di convivialità con Peppe Dimare, il fratello di Antonio, e la simpaticissima moglie Rosa, che mi avevano preziosamente ospitato e supportato in una precedente missione di ricerca a Buenos Aires, oltre vent’anni fa.
E rinsaldare il rapporto di amicizia e di scambio di informazioni con un altro emigrante brienzano di successo: Antonio Coppola e la Moglie Teresa
Nonché con la numerosa e vivacissima comunità brienzana in Argentina in una emozionante serata al circolo di Brienza a Buenos Aires.
Abbiamo fatto una breve spedizione in Uruguay, a Montevideo.
Non abbiamo potuto visitare il Santuario Nacional de la Virgen del Verdún, voluto e realizzato da un sassese a cui la nostra comunità è stata sempre molto legata: Don Giuseppe De Luca (senior), zio del più famoso ed illustre sassese Don Giuseppe De Luca (prete romano, come lui stesso amava definirsi), che ne portava il nome proprio per onorarne la figura.
Ma abbiamo scoperto che la fondazione del più antico e famoso ospedale della città di Montevideo, l’Ospedale Italiano, realizzato già nella seconda metà dell’ottocento da medici ed imprenditori pugliesi emigrati in Uruguay, hanno un discendente legato in matrimonio ad una nostra illustre concittadina in Montevideo, Liliana Di Lorenzo, discendente di un’affermata famiglia sassese, non più presente ad oggi nella nostra comunità.
Liliana e la sua famiglia erano già stati a Sasso, per una meticolosa e sapiente ricerca delle origini, ed il reincontro in Uruguay, oltre che piacevole, è risultato foriero di tante nuove informazioni e progetti di diffusione delle stesse.
Guida preziosa nel nostro excursus per le vie ed i palazzi della capitale Montevideo è stata la cara e sapiente nostra concittadina, orgogliosamente sassese, Angelina Coronato, che io avevo conosciuto anni addietro come rappresentante e Presidente dell’Associazione dei Lucani in Uruguay.
Instancabile, vulcanica animatrice della Comunità Lucana in Uruguay, conosciuta e stimata professionista, sia fra i nostri compatrioti che nella società uruguagia, ha reso oltremodo gradevole la nostra giornata a Montevideo.
La visita al Parlamento e all’Estadio Nacional de Montevideo, sono solo l’iceberg di una giornata intensissima e ricchissima di spunti e sorprese.
Abbiamo fatto una escursione nella pampa Argentina fino alla città di Saladillo, nel luogo dove sono depositati tanti ricordi dell’emigrazione sassese in Argentina, testimoniati dalla cappella dedicata a San Rocco, il santo protettore della nostra comunità, a sancire un attaccamento alle radici che i nostri emigranti in quel luogo non hanno mai rescisso.
E lì abbiamo recuperato e riedito il rapporto di amicizia e condivisione con la storica “senatora” della Provincia di Buenos Aires: Filomena Doti.
Discendente di una famiglia di artigiani sassesi, emigrati in quel luogo remoto della sterminata pampa sudamericana, nella seconda metà dell’ottocento, diventati poi un prezioso punto di riferimento logistico e culturale per una numerosa e laboriosa comunità di emigranti sassesi, Filomena Doti, candidata ed eletta ad una carica istituzionale di notevole prestigio, rappresenta l’emblema di come e quanto la comunità sassese sia radicata ed integrata nella società argentina.

Rocco bellissima testimonianza sui nostri paesani che hanno fatto successo nelle Americhe
Il tuo racconto della visita al Rio de la Plata (così lo chiamiamo per collegare etimologicamente Buenos Aires e Montevideo) è davvero commovente! Sono felice che ti sia piaciuto quel viaggio e che tu stia arricchendo il blog con queste esperienze.
mi scrive Liliana di Lorenzo.
Bellissimo relato del viaje.
lo leeré y releere michas veces.
Mi emocion es immensa.
Gracia infinitas por el recuerdo
Un abrazo.
Filomena Doti
Saladillo