Mimmo Beneventano

Mimmo Beneventano - Petina 11/07/1948 - Ottaviano 07/11/1980

 

11 luglio 1948

Di sicuro l’avrò già detto, ma lo ripeto volentieri:

sono stanco di piangere la morte dei grandi uomini di questa nostra terra;

sono stanco di urlare la disperazione per la loro perdita, il dolore per la loro incolmabile assenza;

sono stanco di testimoniare l’ingiustizia per il crimine commesso nei loro e nei nostri confronti.

Voglio ora e d’ora in poi raccontarne la vita, per quanto troppo breve, celebrarne le gesta.

Voglio ricordare quel viso e quel sorriso ammaliante, rassicurante, coinvolgente.

Voglio cantarne la simpatia, la vitalità debordante, l’allegria, l’ironia che ne facevano una persona speciale.

Voglio ricordarne la sensibilità che ne facevano un amico prezioso.

Voglio testimoniare al mondo il carisma di un uomo, assassinato ancora nel fiore della gioventù, eppure diventato immortale, non per la ferocia dei suoi carnefici, ma per la qualità ed il valore delle cose dette e fatte nella vita.

Voglio testimoniare la serietà e la totalità con cui aveva costruito e viveva la sua professione di medico chirurgo: una mission, una ragione di vita, spesa con slancio ed abnegazione per chiunque avesse bisogno, senza mai chiedere e chiedersi nulla.

Un esempio, un faro, per tutti coloro che hanno avuto la fortuna ed il privilegio di conoscerlo.

A me ha cambiato la traiettoria della vita e gliene sono infinitamente grato: l’ha riempita di motivazioni e contenuti, pur nel poco (troppo poco!) tempo condiviso.

Se ho lasciato (accantonato, mai abbandonato!) i classici, che pure frequentavo con buona competenza e con forte interesse culturale, per dedicarmi alla medicina, lo devo (posso confessarlo ora, con orgoglio!) ad una forte e convinta condivisione di valori sociali, politici e culturali con Mimmo.

Se ancora oggi mi emoziona ascoltare De Andrè, o Bob Dylan, o Brassens, lo devo a quel suo impegno pedagogico, quasi da catechesi evangelica (come mi divertivo a rimproverargli, finché ho potuto), che lo portava a radunarci a casa dell’amata zia Antonia, davanti ad un mangiacassette, per ascoltare i cantautori italiani e stranieri, studiarne i testi ed apprezzarne le musiche.

E l’impegno sociale instancabile, senza tregua verso gli ultimi!

E l’impegno politico contro l’ingiustizia e lo sfruttamento, che ci portò a fondare una sezione del Partito Comunista Italiano in un piccolo paese della Basilicata, Sasso (da sempre democristiano per inerzia), dedicata a Victor Jara (un cantautore cileno, massacrato nel golpe militare contro Allende).

Impegno politico, sociale e civile senza esitazioni e senza compromessi, che è diventata la tua sentenza inappellabile.

Grazie Mimmo per tutto quello che mi hai dato!

Grazie Mimmo per tutto l’immenso patrimonio morale che ci hai lasciato!

Nell’anniversario della tua nascita!

3 pensieri su “Mimmo Beneventano

  1. Enza Giasi dice:

    Dottore Perrone ,
    e’ sempre bene ricordare Chi ha fatto del bene …
    Solo cosi’ noi Posteri possiamo apprezzare e imitare .
    Cordiali saluti Enza

  2. Rocco Perrone dice:

    Mi scrive Luigi Lopopolo
    un ragazzo di grande sensibilità
    unita ad un fine e ricco ragionamento politico
    e riporto volentieri:
    Caro Dottor Perrone,
    ho letto con profonda emozione le Sue parole dedicate a Mimmo Beneventano. Più che un ricordo, sono una testimonianza autentica di un’amicizia fraterna e di una comunanza di ideali che il tempo non ha cancellato.
    Lei ha scelto di raccontare non la morte di Mimmo, ma la sua vita: quella di un medico che ha fatto della professione una missione, di un uomo che ha vissuto con coerenza, mettendo sempre al centro la dignità della persona, la giustizia sociale e l’impegno per gli ultimi.
    Nelle Sue parole rivivono gli insegnamenti di Enrico Berlinguer, per il quale la politica era anzitutto etica, rigore morale e servizio al bene comune, e quelli di Sandro Pertini, che ricordava come «la più alta forma di libertà è quella di essere liberi dal bisogno e dall’ingiustizia». Una riflessione che sembra descrivere il senso più profondo della vita di Mimmo: prendersi cura delle persone, combattere ogni forma di disuguaglianza e trasformare i propri ideali in azioni concrete.
    Il Dott Mimmo Beneventano appartiene a quella rara schiera di uomini che hanno dato credibilità ai propri ideali vivendo ogni giorno con coerenza, senza mai separare le parole dai fatti. È questa la sua eredità più preziosa.
    La memoria, quando è custodita con la sincerità e la profondità del Suo racconto, non è esercizio di nostalgia, ma diventa responsabilità civile. Significa trasmettere alle nuove generazioni l’esempio di chi ha scelto di servire la comunità con competenza, umanità e coraggio.
    Per questo desidero rivolgerLe un sincero ringraziamento. Il Suo scritto restituisce a tutti noi il volto migliore del Dott Mimmo Beneventano e ci ricorda che gli ideali di libertà, giustizia, legalità e solidarietà continuano a vivere nelle persone che hanno il coraggio di testimoniarli.
    Con viva stima . Luigi

  3. Rocco Perrone dice:

    E Rosalba Beneventano
    la sorellina tanto cara a Mimmo
    mi scrive:
    Rocchino, non trovo parole per risponderti, solo tanta veridicità commozione e un indissolubile legame 💔

    ed unisce un monito potente dell’Arcivescovo di Napoli ai potenti della Terra, dopo l’ultimo Vertice in Turchia, che va letto e diffuso:
    Ai potenti della terra, pace a voi!

    Il male non arriva sempre sfondando una porta.

    A volte entra in silenzio.

    Indossa un abito elegante.

    Sorride davanti alle telecamere.

    Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.

    E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.

    È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

    Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

    Questo è il vero scandalo.

    Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.

    E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

    Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

    Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

    È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

    Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

    Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

    Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

    Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

    Da cristiano, non posso accettarlo.

    Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

    Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

    Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.

    Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

    Sono due civiltà.

    Bisogna scegliere.

    Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.

    Un’arma non diventa innocente perché viene donata.

    Non diventa muta perché non spara.

    Non diventa umana perché porta inciso un nome.

    Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

    Fate qualcosa di più difficile.

    Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.

    Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

    E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.

    Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

    Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

    Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

    Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.

    Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

    E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

    † don Mimmo Battaglia

    Arcivescovo Metropolita di Napoli

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